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07 ottobre 2016

Il pericolo invisibile che Donald Trump ha posto sulla democrazia americana

Donald Trump è uno dei due candidati alla presidenza USA. La sua campagna elettorale ha posto un pericolo invisibile sulla democrazia americana. Analisi del New Republic, giornale con sede a New York e Washington.

Un certo numero di sviluppi nel corso dell'anno passato hanno contribuito a contestualizzare questo insolito, a volte surreale, panorama elettorale americano. Eventi come la decisione del Regno Unito di lasciare l'Unione Europea (il Referendum in favore del Brexit), l'ascesa del movimento di protesta negli Stati Uniti e il contraccolpo bianco che ne è derivato, sono ricordi potenti che il tribalismo razziale è una grande faglia politica nel mondo occidentale che divide i bianchi appartenenti alle minoranze, il vecchio dal giovane, l'urbano dal rurale.

Donald Trump ricorda in maniera regolare che egli è una conseguenza di potenti forze politiche, egli si erge a patrono dei bianchi pieni di risentimento, che sono a loro volta la fazione dominante del partito repubblicano. le parole del magnate americano danno poche informazioni su come l'economia politica americana dovrebbe essere riordinata per soddisfare le esigenze sia dei nativisti bianchi che dei liberali.

In un paese diviso come gli USA, un'elezione può aiutare a rompere l'impasse, fornendo orientamenti ragionevolmente chiari su quello che la maggioranza delle persone vuole fare. Ma la stranezza della campagna di Trump è messa in disparte ed invece di servire come esponente degli interessi dei bianchi della classe operaia, avanzando un'agenda politica che abbia un vantaggio per i suoi sostenitori, Trump serve semplicemente come "identità".

Questo porta ad un danno collaterale in termini di ideologia. Era dal 2000 che un'elezione del presidente degli Stati Uniti era così poco ricca di questioni sostanziali su come far sì che le persone siano più soddisfatte dei modi in cui il governo li serve. Trump ha reso queste elezioni come un referendum sull'identità nazionale del paese. Il problema è che una volta che il paese americano, la prima potenza economica del mondo, avrà trovato una risposta alla sua crisi di identità, le questioni economiche rimarranno tali e quali.

Anche un lieto fine all'elezione 2016, ovvero la sconfitta di Trump, lascerà le istituzioni di governo paralizzate o incapaci di rispondere ai segnali degli elettori. Se il pubblico è già poco soddisfatto delle disfunzioni del governo, questa elezione promette di peggiorare la situazione.

Vale la pena di riflettere su quanto insolita è questa situazione. Dopo il 2000, il paese ha tenuto un referendum nel 2004 sulla decisione di George W. Bush di invadere l'Iraq e sulla sua gestione di tale odissea. L'allora presidente "sopravvisse" a quel referendum.

Nel 2008, dopo che gli elettori si erano risvegliati dal fallimento completo dell'amministrazione Bush, si sono rivolto ad una persona che promise di essere in grado di governare il Paese in modo quasi opposto. Barack Obama è stato eletto proprio per questo. Obama ha promesso di fermare la guerra in Iraq, di fermare i tagli fiscali di Bush per i redditi alti, di creare un sistema di assistenza sanitaria pubblico e nazionale, di attuare un programma per ridurre le emissioni di gas serra ed evitare peggiori conseguenze dai cambiamenti climatici. Al suo insediamento, Obama ha cominciato a perseguire tutti questi obiettivi.

Quattro anni fa, in mezzo ad una timida ripresa economica, i repubblicani hanno chiesto agli elettori di abbracciare la visione del movimento conservatore di un governo radicalmente ridimensionato. Obama ha chiesto loro di preservare il patto sociale di base che ha prevalso nel paese dal 1960, e di lasciarlo continuare su quella strada. Avanti, non indietro. Ha vinto e ha cementato la sua agenda.

Trump ha completamente rovesciato il concetto platonico di elezioni come strumento per risolvere i dibattiti di politica pubblica. Il suo ordine del giorno, così com'è, può o non può essere implementato, anche se dovesse vincere:

  • il Messico non pagherà per un muro lungo il confine;
  • il governo degli Stati Uniti non ha intenzione di espellere 11 milioni di immigrati irregolari;
  • ovviamente non ha intenzione di vietare ai musulmani di entrare nel paese.

Nel caso più probabile che la Clinton dovesse vincere, ma non avere la maggioranza sia alla Camera che al Senato, il pubblico avrà rifiutato la visione di Trump presidente, quella di un uomo pieno di risentimento, ma non sarà riuscito a trasformare questo rifiuto nella visione della Clinton di una società più cosmopolita.

Nel momento in cui la fiducia nel governo è a un minimo storico, questa è una prospettiva preoccupante. Uno dei meccanismi fondamentali della democrazia americana sembra non funzionare da molti anni. L'anno prossimo si rischia di fallire del tutto.

Via | newrepublic.com

Autore: Gino Topini

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