Le vicende economiche e politiche degli ultimi anni, sia a livello nazionale che mondiale, hanno fatto sì che la parola “spread” sia uscita dal lessico settoriale di cui fa parte e sia entrata a pieno titolo tra i lemmi che più sentiamo e leggiamo quotidianamente.

Uno spauracchio, per lo più, di cui si deve temere (e non poco!) perché mina ai nostri risparmi. Ma sarà davvero così? Lo spread è un mostro di cui aver paura o possiamo “addomesticarlo” a nostro vantaggio?

Vediamo subito insieme se ci sono possibilità di investimenti redditizi pur nei momenti di spread alle stelle.

Che cos’è lo spread?

Prima di addentrarci negli investimenti è utile cercare di capire cosa è lo spread. Una nozione spesso sfuggente per i non addetti al settore, ma cercare di individuarne l’identità può aiutare per capire come muovere i risparmi.

In linea generale di dice spread la differenza tra rendimenti o quotazioni di due o più titoli; in particolare, in Italia chiamiamo univocamente spread la forbice tra i rendimenti dei nostri Bot decennali e quelli prodotti dai Bund tedeschi, presi come riferimento in quanto indicatori di un’economia solida; la Germania è infatti il più grande mercato dell’Unione Europea, ma a ciò si aggiunge anche una ragione psicologica, e cioè che viene considerato il Paese più sicuro.

> Vedi anche il nostri articolo su investire in Germania

Ci si potrebbe chiedere a questo punto da dove nasca la necessità di un confronto. Presto detto: stabilire una relazione offre una visione globale dell’atteggiamento degli investitori in merito ai Paesi.

Nel caso dello spread Bot-Bund, misuriamo la fiducia degli operatori di mercato nelle attività dei due Paesi e il premio di rischio erogato per i titoli meno richiesti. Confronto che, nel caso specifico, è quasi sempre impietoso per il Bel Paese.

Si intuisce dunque quanto lo spread sia un indicatore importantissimo per l’economia di una Nazione, e quanto i suoi movimenti condizionino tanto i Governi quanto gli investitori privati.

Cercando di rendere la spiegazione più chiara possibile, possiamo dire che lo spread si alza o si abbassa in base ai movimenti di compravendita delle obbligazioni sul mercato secondario: la corsa alla vendita farà sì che il prezzo dei titoli scenda, con conseguente innalzamento dei tassi di rendimento, mentre nei momenti di acquisto in massa il prezzo sale e i tassi diminuiscono, in relazione alla maggiore fiducia degli investitori.

Cosa significa quando lo spread è alto?

Quando le obbligazioni sono vendute più sul mercato secondario che al momento dell’emissione, significa che c’è una generale paura dell’instabilità del Paese (è capitato spesso in Italia, e questi timori possono essere di varia natura, non strettamente legati all’economia). Di riflesso, il grande numero di venditori fa abbassare il prezzo e aumentare i tassi di rendimento.

A questo punto lo Stato non può emettere nuove obbligazioni se non si adegua al tasso di rendimento del mercato secondario: aumentato lo spread, in sostanza, aumenta lo sforzo statale in termini di bilancio per adeguare le future emissioni di titolo ai tassi del mercato secondario.

Spread e movimenti del mercato

Ma cosa significa in soldoni? Semplice, le obbligazioni statali valgono talmente poco che le persone vogliono venderle ma nessuno o quasi è interessato a comprarle: il Paese si trova stretto nella morsa di non poter quasi più emettere titoli per finanziare gli acquisti. Ecco perché cambia la proporzione tra prezzo e tasso di interesse, in un certo modo si devono pur invogliare gli investitori!

Ricordiamo infatti che uno Stato ricorre alle emissioni di obbligazioni per finanziare il suo deficit di bilancio: un rialzo dei tassi di rendimento significa quasi con certezza tagli alla spesa pubblica, contraccolpi sui finanziamenti e aumento delle imposte, perché in qualche modo il Governo deve garantirne il pagamento.

Investimento o speculazione?

Il quadro sino ad ora descritto può sembrare apocalittico; di certo avere uno spread sopra i 300 punti base non è una bella notizia per nessuno, e ignorare i mercati come fosse cosa da poco rischia di far crollare l’economia, soprattutto nel settore export.

Per un investitore la volatilità è acerrima nemica: non a caso chi ha un profilo di rischio basso predilige asset stabili (investimenti sicuri), poiché in quest’ottica il guadagno deriva da una crescita costante del titolo.

Insomma, lo spread può far paura, e a ragione, ma proprio come un’onda dell’oceano può essere cavalcato per trarne un beneficio: si tratta di guardare il bicchiere mezzo pieno e passare invece ad una visione speculativa dei mercati.

In questo senso allora la volatilità data da uno spread alto può essere considerata un potenziale motore di guadagno, o per lo meno un modo per migliorare il proprio portafogli di investimenti e mantenerlo profittevole anche nei momenti di difficoltà.

Dove investire con lo spread alto?

Va da sé che quindi lo spread alto sia sinonimo di caos e incertezza, pur tenendo presente che si tratta di un indicatore relativo: in questo scenario investire può sembrare una mossa più che azzardata, ma il segreto è quello di scegliere asset allocation in misura diversificata in modo da arginare le tempeste dei mercati e, al contempo, soddisfare i propri bisogni finanziari.

Sembrerebbe una situazione in cui star lontani dalle obbligazioni, così come dalle azioni di banche ed istituti di credito, e gettarsi a capofitto nei cosiddetti beni rifugio, tanto cari nei momenti di crisi.

Così facendo però si protegge il capitale senza alcun margine di miglioramento; poco più, insomma, che tenere i soldi dentro al materasso.

Investire secondo il proprio profilo di rischio

Come coniugare quindi attenzione ai pericoli dello spread con le esigenze di investimento?

Ci viene in aiuto l’analista e consulente finanziario Vincenzo Cagnetta, che ha stilato tre portafogli tipo adatti ad un contesto di spread alto, differenziati per profilo.

Profilo prudente

Cagnetta esemplifica questo caso mostrando il profilo di una professoressa in pensione: bassa propensione al rischio, reddito netto annuo di circa 20mila euro, obiettivo di una vecchiaia serena e aiuto alla figlia nell’acquisto della casa. Una metafora in cui, siamo sicuri, tanti di noi si stanno ritrovando.

Gli investimenti adeguati in questo caso vedono un portafoglio con un orizzonte temporale a breve termine: 30% destinato, ad esempio, ad una polizza vita rivalutabile di Ramo I, 32% in obbligazioni quali Titoli di Stato dell’Eurozona indicizzati all’inflazione, o comunque a breve termine e a tasso variabile, mentre un ultimo 38% può essere custodito al sicuro in un conto deposito.

Profilo moderato

Corrisponde all’identikit di un giornalista, sposato e con un figlio piccolo, intestatario di mutuo e con l’obiettivo di costruirsi una pensione integrativa e accantonare soldi per un master all’estero del figlio.

Siamo chiaramente in una situazione economica diversa dalla precedente, con un reddito netto annuo di 40mila euro e una propensione al rischio media.

Partiamo subito dal punto della pensione: in questo caso si consiglia di aderire il prima possibile ai fondi di categoria, mentre per il master (o altre spese a lungo termine), quella dei Piani di Accumulo Capitale potrebbe essere la soluzione migliore.

Per quanto concerne il portafoglio stavolta troviamo una buona fetta di azioni (il 30%), sia europee che statunitensi.

La quota obbligazionaria sale al 50%, ma la composizione può rimanere la stessa che nel profilo precedente; si potrebbe aggiungere un 7% in un fondo high yield per “vivacizzare” le rendite.

Rimane invariato il suggerimento di mettere al sicuro una percentuale di risparmi in un conto deposito, ma con questo tipo di profilo si consiglia il 20%.

Ricordiamo che, tenendo una parte di liquidità per imprevisti e urgenze, è preferibile optare per una linea vincolati così da beneficiare di interessi maggiori.

Profilo aggressivo

L’ultimo idealtipo è un notaio: reddito annuo di 200mila euro, patrimonio da milionario e alta propensione al rischio, con obiettivo l’investimento nel real estate di lusso (una casa sul lago di Como? In Versilia?).

Naturalmente le condizioni di partenza fanno sì che il professionista possa cimentarsi in strumenti “da bollino rosso” ma altrettanto vantaggiosi.

Ad esempio nella parte dell’azionario (35%) si potranno inserire titoli di Paesi ad economia emergente, così come un 10% può essere destinato a investimenti alternativi, come hedge fund o venture capital.

L’orizzonte temporale medio, di 4 o 5 anni, richiede comunque una piccola quota investita in obbligazioni a breve termine, così da tamponare eventuali perdite in altri asset più richiosi.